Abruzzo, storia di un amore

Ho iniziato a scrivere queste parole l’autunno scorso. Ma un amore che dura da tanto tempo non si può esaurire in poche righe, non si accontenta di attimi ritagliati. Le pagine incompiute sono state archiviate in attesa di tempi distesi. Il pensiero vi correva durante un inverno denso di impegno e, soprattutto, di dolore per una terra così amata, tra notizie angoscianti e telefonate preoccupate. Ora è giunto il momento di portarle a compimento, nell’attesa di un ritorno imminente.

_MG_7121bn

Quest’anno il ritorno dalle vacanze ha portato con sé una nostalgia dell’Abruzzo quasi fisica. Mi sono ritrovata a guardare con aria sognante le fiancate di un furgone che riportavano la pubblicità di un vino di Tollo… Ho chiesto alla segretaria della ditta da cui ordiniamo l’olio di andare a salutare Punta Penna per me… Così è stato per Gianluca e anche per Niccolò, che già alla fine di agosto ha iniziato a chiedere quando ritorneremo a Vasto.

Mi sono quindi chiesta perché l’Abruzzo sia per un me un luogo dell’anima, anzi il luogo dell’anima per eccellenza. Il posto che mi fa desiderare di terminare la mia vita lì, vicino a quel mare che non ha nulla di particolare, ma in cui sarebbe dolce ritornare alla fine di ogni viaggio.

 

La prima volta che ci andai era sul finire dell’estate del ’92. Un lungo viaggio in treno con mia mamma, che aveva lavorato a Teramo in gioventù e e vi era ritornata qualche tempo prima, riallacciando rapporti che non erano mai stati del tutto interrotti. Voleva che anch’io conoscessi quei luoghi dove aveva mosso i primi passi nel mondo del lavoro e aveva stretto amicizie con persone che le erano rimaste nel cuore.

Non ho ricordi molto nitidi, ma sensazioni, più che altro. Le piantine di cappero sulle mura di Civitella del Tronto. La liquirizia amara acquistata ad Atri. Un caldo che accarezzava la pelle, senza soffocare. Una luce limpida sulle colline dalle finestre dell’albergo. I fichi appena colti, passaggio improvviso dal verde tenero della buccia al violetto intenso della polpa, un sapore pieno e dolce raramente percepito in seguito. Sorrisi, volti accoglienti, occhi sorpresi e felici per la nostra presenza. Ore di parole, ricordi, racconti, intorno a un tavolo, senza noia, puro piacere di stare assieme. E un concerto di Sergio Caputo a Piano d’Accio, gradevole momento non previsto.

 

Qualche anno dopo, una grossa crisi personale mi fece bramare un netto stacco dalla quotidianità. Una pausa per riflettere, sola, senza nessuna ingerenza. Scelsi di andare a Teramo, dove sola del tutto non sarei stata, ma avrei potuto mettere più di 500 km tra me e ciò che mi assillava e richiedeva scelte ben precise. Era l’inizio di febbraio del ’96. Un altro lungo viaggio in treno. Il cuore in gola, la percezione che la mia vita stava per cambiare. Un mare e un cielo plumbei sembravano incontrarsi, quella domenica mattina, nei punti in cui i binari correvano lungo la costa. Stavo andando incontro al mio destino? Non lo so, come non so se si possa davvero parlare di destino. So solo che dal primo atto compiuto al ritorno di quel viaggio ebbe inizio una serie di cambiamenti che sono la vera essenza di ciò che sento di essere. Dopo di allora, una simile situazione di cesura mi è capitata un’altra volta. Ma lì l’Abruzzo non ne è stato il teatro. È arrivato, anzi è tornato, dopo. Con Gianluca.

Ma andiamo con ordine. Torniamo all’inverno del ’96. A una ragazza che viaggiava lungo la costa adriatica con La compagnia dei Celestini di Benni nella borsa. Ma che acquisterà Jules e Jim di Pierre Roché appena entrerà in una libreria di Teramo. Un libro che tornerà, nella versione cinematografica, a segnare un altro mutamento radicale della mia vita.

Cosa ricordo di quel viaggio?

Persone amiche, che non chiesero nulla ma accolsero con affetto, rispettando presenze e assenze.

Scarpinate. Per pensare, per scandagliare, senza riuscirci, tutte le possibili conseguenze delle scelte che avrei dovuto compiere. Per inseguire sensazioni. Per espiare, forse, il dolore che avrei causato imboccando strade inattese… Cieli cupi, nuvole cariche di pioggia. Spiagge deserte. Una camminata sulla battigia da Roseto a Pineto, con la Torre di Cerrano che mi aspettava in fondo. Porto sicuro dopo tanto vagare?

Un’auto presa a noleggio che mi portò a percorrere la valle del Vomano. Una madonna abbandonata in un deposito di materiali di una chiesa in restauro (San Clemente? Santa Maria? Non ricordo…) Le rovine di San Giovanni ad Insulam nella luce declinante di un cielo fosco che prometteva neve. Vagare per i vicoli di Isola del Gran Sasso, guardando radi fiocchi di neve che, finalmente avevano dato compimento alla promessa e avrebbero dovuto affrettare il ritorno, e invece non turbarono il doloroso piacere di sentirmi, in quel momento, inesorabilmente sola sulla terra.

Sprazzi di sereno a illuminare dolcemente le colline intorno a Giulianova e il mare, quel giorno, di un rassicurante, luminoso azzurro.

Bominaco. Pura armonia del luogo e del paesaggio circostante, morbida tregua per un cuore in tempesta. L’Aquila. Città brulicante di vita e di bellezza. Ho raccontato altrove lo sgomento che ho provato vent’anni dopo nel vederla ancora così profondamente ferita dal sisma del 2009.

Un regalo meraviglioso. Un’amicizia. Che continua inalterata, in fondo, nel tempo. Nonostante la distanza. Nonostante sia intervallata anni di silenzio. Nonostante le strade diverse imboccate. Capace di chiamare l’altro con un urlo silenzioso che sa sempre trovare risposta. Nata tra le vie di Teramo e suggellata in una notte trascorsa a vagare tra le strade di Roma, silenziose e quasi deserte, in un sentire comune che già allora non aveva bisogno di molte parole per esprimersi. In un ritorno che ci vide attraversare l’Appennino sotto la neve, senza gomme invernali, in una neonata complicità che ancora ci unisce anche solo attraverso un messaggio del telefono.

Non ho foto da pubblicare qui. O, meglio, le foto ci sono, perché probabilmente proprio allora nacque l’amore per la fotografia. Ma sono in fondo a qualche scatolone di cose archiviate che non è ancora stato aperto dopo l’ultimo trasloco o, forse, è rimasto a Belluno, in un garage, coperto dalla polvere del tempo, ma non da quella dell’oblio.

 

1999 Un’estate in cui si rinsaldò l’amicizia nata tre anni prima. Tra notti e albe sulle spiagge da Alba a Silvi, tra musica, parole e quieti silenzi. Pure un’altra amicizia si rinsaldò in quell’estate. Questo secondo rapporto, però, si è dissolto negli anni, a causa mia, a causa di quella che si è rivelata una mia incapacità di gestire rapporti difficili. Che tuttavia rimane sotto la pelle, sottile speranza che non tutto sia perduto e che anni di silenzio possano essere annullati. Ma allora non lo sapevo. Godemmo di un’estate di confidenze intorno a una vita che cresceva. Nel novembre di quell’anno un viaggio lampo. In treno, fino a Roma, e poi in pullman, di nuovo attraverso l’Appennino, per accogliere quella vita che era pronta a sbocciare. Un neonato, il più piccolo che avessi mai preso in braccio prima di diventare a mia volta mamma. Un ricordo che tornò quando per la prima volta vidi mio figlio.

 

Gli anni successivi. Anni difficili, nella mia vita, trascorsi quasi in apnea. Veloci scappate o vacanze più lunghe. A volte sola, a volte con mia mamma che continua a conservare anche lei un legame con quella terra. Pochi ricordi netti, persi nel gorgo di una fetta di vita dissolta come fumo nell’aria.

 

Tra il 2007 e il 2008 un’altra cesura, cui ho accennato in precedenza, iniziata in Bretagna e compiuta Berlino. Che mi riportò alla vita e riportò pure l’Abruzzo nella mia vita.

 

Dapprima con un viaggio lampo in Italia centrale, che dopo Toscana e Umbria mi condusse ancora una volta nel Teramano, quasi a suggellare una rinascita alla luce dopo anni trascorsi in una sorta di tenebra. Prima però ci furono Santo Stefano di Sessanio, Rocca Calascio e Castel del Monte. I primi due mi furono consigliati da Gianluca, che avevo conosciuto qualche giorno prima della partenza. Ricordo di essermi seduta sulla soglia di una casa nei pressi della Torre Medicea, crollata nel 2009, per inviargli un messaggio in cui tentavo di comunicargli il profondo senso di pienezza che provavo respirando l’aria di quei luoghi a lui cari. Ci sono tornata, con Gianluca e Niccolò, la scorsa estate. Dopo L’Aquila. Una giornata con sprazzi di sole e di vento freddo che ci hanno permesso di immergerci nell’atmosfera selvaggia e libera dell’Appennino. Non ricordavo bene la bellezza di Santo Stefano e l’ho vissuta quasi fosse la prima volta, passeggiando tra gli edifici che non mostrano più i segni del terremoto.

Rocca Calascio al tramonto, tra pochi turisti che non turbavano l’equilibrio perfetto di un cielo screziato di azzurro e violetto, ha riportato la magia di ricordi passati. Il pensiero non poteva che correre ancora una volta a Ladyhawke, film molto amato, girato in parte in alcuni dei luoghi a me più cari.

 

Ma torniamo al 2008. Durante l’estate Gianluca per la prima volta mi condusse a Vasto. Cosa ricordo di quell’estate? La prima immagine che mi torna alla mente è quella dell’azzurro violetto dei cardi disseminati lungo la strada che conduce a Capracotta. Poi si susseguono altre immagini, prime volte che si confondono con tutte le altre volte. Paesaggi fermati in una sola stagione, in un solo mese, nel desiderio di vederli con i colori autunnali o nell’essenzialità dell’inverno, magari imbiancati… O nel risveglio primaverile, o nelle promesse dell’inizio dell’estate…

Punta Penna, nei suoi molteplici aspetti. Il faro, circondato da palazzi male in arnese che narrano di vite fuori dalle convenzioni. Ai piedi del faro, la chiesetta della Madonna di Pennaluce, commistione di antico e moderno, offre riparo alle tempeste di un mare che lì si offre agli occhi libero da presenze umane. Il molo dei trabocchi che fanno sognare una notte al loro interno, per ascoltare l’infuriare del vento e del mare che si incontrano e per vedere poi un’alba di luce purificata. La spiaggia sul finire del giorno. Quando rimangono poche persone e il cielo sulla Maiella diventa infuocato. Tramonti che vorresti durassero in eterno, tanta è la bellezza. La sabbia finalmente fresca scivola sui piedi e sembra acqua. Chi rimane sembra condividere un appagamento caro a pochi. Niccolò che raccoglie bastoni, che corre sulla riva, che ride felice. Punta Aderci, finalmente selvaggia, pura.

E poi? Vasto alta: vicoli silenziosi su cui si aprono palazzi dagli atri bui, refrigerio per il bruciante meriggio del sud. L’incanto della loggetta quasi deserta perché sta per scatenarsi un temporale e sul golfo cielo e mare sembrano toccarsi nel blu nerastro. San Pietro: porta aperta sul vuoto o sull’abbraccio di piazza Sant’Antonio. I giardini di Palazzo d’Avalos, altra eco spagnola di estati assolate.

 

Un’estate ci fermammo a Scanno prima di scendere a Vasto. Non ho foto di quel soggiorno. Dopo la nascita di Niccolò ci fu un’altra cesura tra me e la fotografia: il mio bambino mi assorbiva interamente e sentivo come inutile filtro l’obiettivo posto tra noi e il mondo. Conservo tuttavia alcuni scatti nella mia mente. Scanno di notte, tra palazzi bianchi di luce lunare, su cui si stagliano nere le ombre degli anziani che prendono il fresco. Fratture, un borgo pressoché abbandonato dopo l’ennesimo terremoto, con una compagnia di attori che nella luce tagliente del mezzogiorno mette in scena un dramma dannunziano. Paesaggi brulli, struggenti nella loro essenzialità. La schiena di due due lupi che corrono tra l’erba gialla della riserva di Civitella Alfedena. L’armonia delle vie punteggiate di gerani rossi a Pescasseroli. Sulmona, un caldo asfissiante che si attenua solo nell’ombra del duomo.

 

L’estate scorsa il tragitto da Chieti a Stiffe e poi verso L’Aquila e Santo Stefano di Sessanio ha risvegliato desideri sopiti. Qualche nome, quasi a caso: Navelli, Popoli, ancora Bominaco, Capestrano… Desiderio intenso di vivere quei luoghi, auspicio per le prossime vacanze.

 

Dopo aver scritto questa storia d’amore per una terra, ho cercato le immagini per raccontarla. Ma non ho trovato nulla che vi corrispondesse. I miei scatti raccontano un’altra storia, sempre d’amore, ma diversa.

Eccoli, non a corredo delle parole, ma a sé stanti.

_MG_8957_MG_8850_V9A5112bn_V9A4289_MG_7057_V9A4291_MG_7654bn_V9A4418_V9A4427_V9A4803_MG_7969_IGP5141_IGP5613_V9A4587_V9A4619bn_V9A4598_V9A4603_V9A4537_V9A4558

 

Attraverso le Cicladi

Questo lavoro è stato portato a termine e pubblicato sul nostro sito oltre due anni fa. Mi piace pubblicarlo anche qui, con la premessa che avevo scritto allora.

Perché questo racconto dopo cinque anni e mezzo? Al ritorno dal viaggio di nozze io e Gianluca abbiamo fatto stampare le foto che preferivamo in un fotolibro. Però, per me, era troppo presto. Non avevo maturato il distacco necessario per scegliere davvero. In seguito una serie di eventi (in particolare la nascita del nostro meraviglioso bambino, Niccolò!) mi ha tenuta lontana dalla fotografia. Ho ripreso qualche mese fa. E, insieme alla macchina fotografica, ho ripreso in mano anche il mio archivio, cancellando tutte le foto convertite, rivedendo un po’ alla volta tutti i raw, per convertire solo gli scatti che mi piacciono ora. Quando ho affrontato le foto della Grecia non avevo alcun progetto. Poi mi sono soffermata sulle persone, sui loro volti, sugli sguardi. In seguito hanno cominciato a fluire i ricordi e con essi l’esigenza di fermarli sulla carta (virtuale!). Ed è nato questo reportage.

Le Cicladi sono state la meta del nostro viaggio di nozze.

La Grecia classica è sempre stata (e qui è proprio il caso di dirlo!) un mito per me. Dioniso, Demetra, Maratona, Pericle, l’Olimpo, Alceo, Tebe, Saffo, Euripide, Epicuro, Delfi… Personaggi reali e mitologici, un tutt’uno per me, per il mio amore, germogliato tardivamente, per la classicità E poi Zante, anzi Zacinto, e il suo “greco mar”. E infine Mediterraneo, con il bianco abbagliante sul blu profondo, e l’apologia della fuga da ciò che delude.

Mai però ho voluto accostarmi a questo luogo dell’immaginario d’estate. Troppo alto il rischio di solari e sudori, di locali e moijto.

Il matrimonio a febbraio. L’occasione perfetta. Varie ipotesi. Alla fine scegliamo Mykonos, Delos e Santorini. L’aereo decolla il 23.

Scalo ad Atene. Atterriamo a Mykonos. Ci accoglie il melteni. Un cielo quasi sempre plumbeo. Dobbiamo rinunciare a Delos. Ma ciò che vediamo ci compensa della perdita. Pochissimo bianco e azzurro, molto bianco e blu intenso. Indaco? Da piccola ero convinta che l’indaco fosse proprio quella mescolanza indefinita di blu, nero, grigio. Del cielo, del mare.

_igp1225

Tutto deserto. Lavori nelle boutique chiuse nell’attesa dei turisti. Anziani che ci guardano con curiosità e davanti alla macchina fotografica si mettono in posa. Occhi di profonda saggezza.

_igp1077      _igp1142

Una signora, saputo che eravamo in viaggio di nozze, mi regala un mazzolino di fiori del suo giardino, violacciocche e fresie.

Bimbi che ci seguono con lo sguardo per le viuzze bianche.

_igp1030       _igp1264

L’incredibile desolazione di Little Venice, deserta e battuta dalle onde. Ancor più incredibile, una sera nel buio appare una luce, solitaria e calda che fa pensare a tepori familiari.

Gli orecchini acquistati in un negozio aperto solo per noi.

Noleggiamo un’auto. Attratti da una chiesetta sperduta nella nebbia ci impantaniamo. Le ruote girano nel fango schizzando ovunque. Tra risate e un po’ di sgomento (chi ci troverà qui?!) ripercorriamo a piedi la strada che ci ha portato lì. Mi torna in mente il tenente Montini di Mediterraneo che vaga per l’isola apparentemente deserta: “Dove sono gli uomini?!” Li troviamo: stanno lavorando in una fattoria. Riusciamo a spiegare l’accaduto. Un pick up con il cavo di acciaio ci libera dal fango e possiamo proseguire, accompagnati dai loro sorrisi (o, meglio, risate!).

_igp1622

Strade strette che si inerpicano su alture dove si incontrano capre e cavalli, Casolari sprangati o ruderi. Nulla più. Un gatto su un muretto stagliato contro il cielo.

_igp1633

Raggiungiamo spiagge purificate dalla solitudine.

_igp1654

Il mare Egeo davanti a noi, solo per noi. La culla della civiltà. Davvero il pensiero si perde in questo abisso.

_igp1678

Un paesino quasi deserto. Un pope comparso dal nulla ci guarda placidamente, due turisti fuori stagione che rincorrono immagini fuori stagione.

_igp1509

_igp1496

Le colazioni con crepes alla nutella in un locale gestito da una signora svizzera che per amore si è fermata nell’isola. Un pizzico di invidia per una scelta così radicale. L’attendente Antonio Farina  di Mediterraneo sembra sorridere dietro le sue spalle…

La vendita della verdura: una signora con un asino gira tra le viuzze, a volte tenta di trascinare l’animale recalcitrante, a volte vi sale in groppa.

_igp1838

Ogni sera la cena in una taverna del porto, un po’ ospiti graditi, un po’ intrusi nell’isolamento dell’inverno.

La scoperta: d’inverno non c’è un collegamento diretto tra Mykonos e Santorini. Dobbiamo andare a Syros e ripartire il giorno dopo per Santorini.

Syros

Nulla di straordinario. Ma vita, strade affollate, locali, mercati, persone.

Bambini, soprattutto bambini. Che giocano per le strade, senza nessun adulto che li controlli. Che calciano il pallone nella piazza principale, tra passanti che schivano la palla.

_igp1978

_igp2091

Ci inerpichiamo tra le viuzze che portano alla sommità della collina. Catturiamo frammenti di vite che sembrano appartenere agli anni ’70. Giungiamo in cima. Il pope sta per chiudere la chiesa ma ci fa entrare un attimo. Ci racconta dei suoi studi a Roma. Parla con amore dell’Italia, con quell’amore che io sento ogni volta che ripenso a quei luoghi. E poi ancora l’Egeo, che isola e collega, che permea ogni cosa. La nostra stanza vi si affaccia, un altro infinito in cui è dolce naufragare…

_igp2017

Una traversata verso Santorini che sembra non avere fine. Quasi 12 ore. Il personale, a cui chiediamo a che ora arriveremo, risponde sempre “tra un’ora circa”. Le ore si sommano. Viene proiettato il film sulla vita dei Doors. Le loro canzoni da allora mi riporteranno sempre ai quei momenti. Soprattutto… Quando arriverà The End di questa traversata?!

Alle tre del mattino finalmente sbarchiamo. Il proprietario del b&b ci sta aspettando al porto per portarci a Fira. In un inglese assonnato lo ringraziamo cercando di trasmettergli la nostra riconoscenza. La mattina dopo la caldera di apre davanti a noi. Banale, scontato, ma sembra il posto più bello che abbiamo mai visto. Non è vero, o lo è nella misura in cui il primo sguardo verso un luogo meraviglioso sembra aprire la porta su beatitudini mai provate. Scendiamo a piedi al vecchio porto. Facciamo amicizia con due cani che ci seguiranno nella risalita a dorso d’asino, accompagnandoci a lungo nel nostro vagabondare. Guide discrete e premurose nell’assolato silenzio di una domenica mattina di marzo. Una grande nave in mezzo alla caldera. Sono marines di stanza in Iraq, condotti lì per una licenza. Lontano da orrori cui accenna un ragazzone che ci racconta delle sue origini italiane. La sera riempiranno i locali: musica assordante, urla, birra. Bambini alle prese con qualcosa di troppo grande per loro.

Lo splendore di Oia. Incanto di luce, muri candidi, mare scintillante. Persone stupite o assorte. Forse troppo  spesso si usa l’espressione “fuori dal tempo”, ma per quelle ore di vagabondaggi sembra l’unica appropriata. Le case non hanno tempo, sembrano essere lì da sempre e l’eternità del mare… Sbuca dietro ogni angolo, essenza della bellezza da tempo immemorabile.

_igp2354

_igp2363

Ritorniamo a Fira nel pieno svolgimento della festa del carnevale. Camminiamo su un tappeto di stelle filanti e di coriandoli in un mescolarsi di giochi, sguardi, sorrisi. Gioia. Gli adulti fanno da cornice, impegnati nei loro discorsi o nel guardare bambini liberi di essere felici e di avere fiducia negli altri.

_igp2311

_igp2299

Il giorno dopo la festa degli aquiloni a Kamari. Adulti, bambini, tutti sulla spiaggia a lanciare nel cielo gli aquiloni.

_igp2719

Due ricordi.

Una donna anziana. Cammina eretta, scambia due parole con chi la saluta. Ha uno sguardo limpido, rasserenante. Guardando i suoi occhi non puoi che immaginare una vita piena, un’alternanza di gioie e dolori accettati così come sono venuti. Si accorge che la sto fotografando. Non muta lo sguardo, i gesti. Prosegue per la sua strada, la guardo svanire dietro l’angolo. Sono felice di averla incontrata.

_igp2758

Una famiglia festeggia. Pesce alla griglia, vino, risate, allegria. Ci invitano a pranzare con loro. Rifiutiamo, ma insistono. Mangiamo polipi arrostiti e beviamo un vino nero, denso. Comunichiamo in una lingua improbabile, scambiandoci informazioni forse fraintese, ma appagati in questa vicinanza che in fondo non ha bisogno di parole.

Giriamo tra alberghi chiusi e chioschi che chiedono restauri. Perdiamo l’ultimo autobus per Fira. Da un bar sperduto tra case abbandonate una signora ci chiama un taxi. Un anziano con velleità da pilota di formula uno ci riporta in città tra curve affrontate in nuvole di polvere.

Un altro tramonto incredibile a Imerovigli. La luce ha una purezza che non potrò mai scordare. Mi torna in mente una parola portoghese, saudade. Nostalgia di qualcosa di indefinito che percepisci, che senti ma non conosci e forse non conoscerai mai. O hai conosciuto in un’epoca primordiale di cui hai serbato un sentore indefinito.

_igp2894

Dobbiamo rientrare in Italia. Con un sottile senso di mancanza per tutto ciò che non siamo riusciti a vedere. Torneremo. Con i figli che speriamo di avere.

L’ultima cena in un ristorante che si chiama Dionysos, un omaggio alla mia tesi, all’espressione del mio amore per il mondo classico. Prendiamo un biglietto da visita che è ancora nel mio portafoglio, garanzia per un ritorno già atteso.

Decolliamo nella luce pulita delle prime ore del mattino.

All’aeroporto di Atene fotografiamo il nostro riflesso su una vetrata. Ci attende una vita colma di promesse.

Era il 2009. La crisi era ancora qualcosa che riguardava più l’informazione che la percezione. Poi è accaduto ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma molti hanno già dimenticato. Qualche tempo fa ho letto dell’aumento della mortalità infantile: una notizia agghiacciante, da non riuscire a commentare. Riguardo le foto e mi chiedo cosa ne sarà stato di quelle persone i cui volti ho portato con me. Quanti di loro avranno rinunciato ai loro sogni, alle loro speranze? Quanti anziani saranno morti angosciati per la situazione in cui lasciavano figli e nipoti? Quanti bambini si dovranno accontentare di sopravvivere, senza più far volare gli aquiloni di Santorini? Eppure un alito di speranza continua a soffiare. La speranza che nella terra in cui è nato il pensiero possa rinascere un pensiero nuovo, capace di imprimere una svolta a questa deriva generale. O, se non qui, altrove. Purché rinasca.

_igp2674