Attraverso le Cicladi

Questo lavoro è stato portato a termine e pubblicato sul nostro sito oltre due anni fa. Mi piace pubblicarlo anche qui, con la premessa che avevo scritto allora.

Perché questo racconto dopo cinque anni e mezzo? Al ritorno dal viaggio di nozze io e Gianluca abbiamo fatto stampare le foto che preferivamo in un fotolibro. Però, per me, era troppo presto. Non avevo maturato il distacco necessario per scegliere davvero. In seguito una serie di eventi (in particolare la nascita del nostro meraviglioso bambino, Niccolò!) mi ha tenuta lontana dalla fotografia. Ho ripreso qualche mese fa. E, insieme alla macchina fotografica, ho ripreso in mano anche il mio archivio, cancellando tutte le foto convertite, rivedendo un po’ alla volta tutti i raw, per convertire solo gli scatti che mi piacciono ora. Quando ho affrontato le foto della Grecia non avevo alcun progetto. Poi mi sono soffermata sulle persone, sui loro volti, sugli sguardi. In seguito hanno cominciato a fluire i ricordi e con essi l’esigenza di fermarli sulla carta (virtuale!). Ed è nato questo reportage.

Le Cicladi sono state la meta del nostro viaggio di nozze.

La Grecia classica è sempre stata (e qui è proprio il caso di dirlo!) un mito per me. Dioniso, Demetra, Maratona, Pericle, l’Olimpo, Alceo, Tebe, Saffo, Euripide, Epicuro, Delfi… Personaggi reali e mitologici, un tutt’uno per me, per il mio amore, germogliato tardivamente, per la classicità E poi Zante, anzi Zacinto, e il suo “greco mar”. E infine Mediterraneo, con il bianco abbagliante sul blu profondo, e l’apologia della fuga da ciò che delude.

Mai però ho voluto accostarmi a questo luogo dell’immaginario d’estate. Troppo alto il rischio di solari e sudori, di locali e moijto.

Il matrimonio a febbraio. L’occasione perfetta. Varie ipotesi. Alla fine scegliamo Mykonos, Delos e Santorini. L’aereo decolla il 23.

Scalo ad Atene. Atterriamo a Mykonos. Ci accoglie il melteni. Un cielo quasi sempre plumbeo. Dobbiamo rinunciare a Delos. Ma ciò che vediamo ci compensa della perdita. Pochissimo bianco e azzurro, molto bianco e blu intenso. Indaco? Da piccola ero convinta che l’indaco fosse proprio quella mescolanza indefinita di blu, nero, grigio. Del cielo, del mare.

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Tutto deserto. Lavori nelle boutique chiuse nell’attesa dei turisti. Anziani che ci guardano con curiosità e davanti alla macchina fotografica si mettono in posa. Occhi di profonda saggezza.

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Una signora, saputo che eravamo in viaggio di nozze, mi regala un mazzolino di fiori del suo giardino, violacciocche e fresie.

Bimbi che ci seguono con lo sguardo per le viuzze bianche.

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L’incredibile desolazione di Little Venice, deserta e battuta dalle onde. Ancor più incredibile, una sera nel buio appare una luce, solitaria e calda che fa pensare a tepori familiari.

Gli orecchini acquistati in un negozio aperto solo per noi.

Noleggiamo un’auto. Attratti da una chiesetta sperduta nella nebbia ci impantaniamo. Le ruote girano nel fango schizzando ovunque. Tra risate e un po’ di sgomento (chi ci troverà qui?!) ripercorriamo a piedi la strada che ci ha portato lì. Mi torna in mente il tenente Montini di Mediterraneo che vaga per l’isola apparentemente deserta: “Dove sono gli uomini?!” Li troviamo: stanno lavorando in una fattoria. Riusciamo a spiegare l’accaduto. Un pick up con il cavo di acciaio ci libera dal fango e possiamo proseguire, accompagnati dai loro sorrisi (o, meglio, risate!).

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Strade strette che si inerpicano su alture dove si incontrano capre e cavalli, Casolari sprangati o ruderi. Nulla più. Un gatto su un muretto stagliato contro il cielo.

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Raggiungiamo spiagge purificate dalla solitudine.

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Il mare Egeo davanti a noi, solo per noi. La culla della civiltà. Davvero il pensiero si perde in questo abisso.

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Un paesino quasi deserto. Un pope comparso dal nulla ci guarda placidamente, due turisti fuori stagione che rincorrono immagini fuori stagione.

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Le colazioni con crepes alla nutella in un locale gestito da una signora svizzera che per amore si è fermata nell’isola. Un pizzico di invidia per una scelta così radicale. L’attendente Antonio Farina  di Mediterraneo sembra sorridere dietro le sue spalle…

La vendita della verdura: una signora con un asino gira tra le viuzze, a volte tenta di trascinare l’animale recalcitrante, a volte vi sale in groppa.

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Ogni sera la cena in una taverna del porto, un po’ ospiti graditi, un po’ intrusi nell’isolamento dell’inverno.

La scoperta: d’inverno non c’è un collegamento diretto tra Mykonos e Santorini. Dobbiamo andare a Syros e ripartire il giorno dopo per Santorini.

Syros

Nulla di straordinario. Ma vita, strade affollate, locali, mercati, persone.

Bambini, soprattutto bambini. Che giocano per le strade, senza nessun adulto che li controlli. Che calciano il pallone nella piazza principale, tra passanti che schivano la palla.

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Ci inerpichiamo tra le viuzze che portano alla sommità della collina. Catturiamo frammenti di vite che sembrano appartenere agli anni ’70. Giungiamo in cima. Il pope sta per chiudere la chiesa ma ci fa entrare un attimo. Ci racconta dei suoi studi a Roma. Parla con amore dell’Italia, con quell’amore che io sento ogni volta che ripenso a quei luoghi. E poi ancora l’Egeo, che isola e collega, che permea ogni cosa. La nostra stanza vi si affaccia, un altro infinito in cui è dolce naufragare…

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Una traversata verso Santorini che sembra non avere fine. Quasi 12 ore. Il personale, a cui chiediamo a che ora arriveremo, risponde sempre “tra un’ora circa”. Le ore si sommano. Viene proiettato il film sulla vita dei Doors. Le loro canzoni da allora mi riporteranno sempre ai quei momenti. Soprattutto… Quando arriverà The End di questa traversata?!

Alle tre del mattino finalmente sbarchiamo. Il proprietario del b&b ci sta aspettando al porto per portarci a Fira. In un inglese assonnato lo ringraziamo cercando di trasmettergli la nostra riconoscenza. La mattina dopo la caldera di apre davanti a noi. Banale, scontato, ma sembra il posto più bello che abbiamo mai visto. Non è vero, o lo è nella misura in cui il primo sguardo verso un luogo meraviglioso sembra aprire la porta su beatitudini mai provate. Scendiamo a piedi al vecchio porto. Facciamo amicizia con due cani che ci seguiranno nella risalita a dorso d’asino, accompagnandoci a lungo nel nostro vagabondare. Guide discrete e premurose nell’assolato silenzio di una domenica mattina di marzo. Una grande nave in mezzo alla caldera. Sono marines di stanza in Iraq, condotti lì per una licenza. Lontano da orrori cui accenna un ragazzone che ci racconta delle sue origini italiane. La sera riempiranno i locali: musica assordante, urla, birra. Bambini alle prese con qualcosa di troppo grande per loro.

Lo splendore di Oia. Incanto di luce, muri candidi, mare scintillante. Persone stupite o assorte. Forse troppo  spesso si usa l’espressione “fuori dal tempo”, ma per quelle ore di vagabondaggi sembra l’unica appropriata. Le case non hanno tempo, sembrano essere lì da sempre e l’eternità del mare… Sbuca dietro ogni angolo, essenza della bellezza da tempo immemorabile.

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Ritorniamo a Fira nel pieno svolgimento della festa del carnevale. Camminiamo su un tappeto di stelle filanti e di coriandoli in un mescolarsi di giochi, sguardi, sorrisi. Gioia. Gli adulti fanno da cornice, impegnati nei loro discorsi o nel guardare bambini liberi di essere felici e di avere fiducia negli altri.

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Il giorno dopo la festa degli aquiloni a Kamari. Adulti, bambini, tutti sulla spiaggia a lanciare nel cielo gli aquiloni.

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Due ricordi.

Una donna anziana. Cammina eretta, scambia due parole con chi la saluta. Ha uno sguardo limpido, rasserenante. Guardando i suoi occhi non puoi che immaginare una vita piena, un’alternanza di gioie e dolori accettati così come sono venuti. Si accorge che la sto fotografando. Non muta lo sguardo, i gesti. Prosegue per la sua strada, la guardo svanire dietro l’angolo. Sono felice di averla incontrata.

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Una famiglia festeggia. Pesce alla griglia, vino, risate, allegria. Ci invitano a pranzare con loro. Rifiutiamo, ma insistono. Mangiamo polipi arrostiti e beviamo un vino nero, denso. Comunichiamo in una lingua improbabile, scambiandoci informazioni forse fraintese, ma appagati in questa vicinanza che in fondo non ha bisogno di parole.

Giriamo tra alberghi chiusi e chioschi che chiedono restauri. Perdiamo l’ultimo autobus per Fira. Da un bar sperduto tra case abbandonate una signora ci chiama un taxi. Un anziano con velleità da pilota di formula uno ci riporta in città tra curve affrontate in nuvole di polvere.

Un altro tramonto incredibile a Imerovigli. La luce ha una purezza che non potrò mai scordare. Mi torna in mente una parola portoghese, saudade. Nostalgia di qualcosa di indefinito che percepisci, che senti ma non conosci e forse non conoscerai mai. O hai conosciuto in un’epoca primordiale di cui hai serbato un sentore indefinito.

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Dobbiamo rientrare in Italia. Con un sottile senso di mancanza per tutto ciò che non siamo riusciti a vedere. Torneremo. Con i figli che speriamo di avere.

L’ultima cena in un ristorante che si chiama Dionysos, un omaggio alla mia tesi, all’espressione del mio amore per il mondo classico. Prendiamo un biglietto da visita che è ancora nel mio portafoglio, garanzia per un ritorno già atteso.

Decolliamo nella luce pulita delle prime ore del mattino.

All’aeroporto di Atene fotografiamo il nostro riflesso su una vetrata. Ci attende una vita colma di promesse.

Era il 2009. La crisi era ancora qualcosa che riguardava più l’informazione che la percezione. Poi è accaduto ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma molti hanno già dimenticato. Qualche tempo fa ho letto dell’aumento della mortalità infantile: una notizia agghiacciante, da non riuscire a commentare. Riguardo le foto e mi chiedo cosa ne sarà stato di quelle persone i cui volti ho portato con me. Quanti di loro avranno rinunciato ai loro sogni, alle loro speranze? Quanti anziani saranno morti angosciati per la situazione in cui lasciavano figli e nipoti? Quanti bambini si dovranno accontentare di sopravvivere, senza più far volare gli aquiloni di Santorini? Eppure un alito di speranza continua a soffiare. La speranza che nella terra in cui è nato il pensiero possa rinascere un pensiero nuovo, capace di imprimere una svolta a questa deriva generale. O, se non qui, altrove. Purché rinasca.

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L’Aquila, 7 agosto 2016

Lo scorso 7 agosto abbiamo visitato L’Aquila. Erano trascorsi vent’anni dalla mia ultima visita, vent’anni spezzati da un terremoto che ha devastato una città che allora trovai bellissima.

Un altro terremoto, occorso pochi giorni dopo il nostro rientro dalle vacanze, mi ha spinta ad aprire subito la cartella dei file in formato raw che avevo frettolosamente archiviato con l’intenzione di convertirli in un tempo indefinito ben al di là da venire.

Pubblico quindi alcuni scatti, interrotti da qualche riflessione, nella speranza che Amatrice, Accumoli e le altre città fra sette anni non si trovino nelle condizioni de L’Aquila del 2016. Spinta inoltre dalla rabbia che hanno suscitato in me le parole di un ministro della Repubblica Italiana: “”Adesso L’Aquila è il più grande cantiere d’Europa e anche l’Emilia è un grandissimo cantiere in crescita, farà PIL.

Sì, L’Aquila è un enorme cantiere, tuttavia è un cantiere spesso fantasma, in cui le piante infestanti sono libere di crescere perché nulla le ostacola nel loro sviluppo, in cui ben pochi sono i palazzi ristrutturati e varie dita di polvere si sono accumulate su un fermo immagine bloccato al 6 aprile 2009.

 

Questo è ciò che ho respirato girando per la città e mi ha profondamente turbata e che spero non costituisca un modello per la ricostruzione di cui si va attualmente a ragionare.

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Alcune immagini questi cantieri di cui si esaltano le magnifiche sorti e progressive.

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Il cielo è certamente costellato da gru e ponteggi circondano moltissimi palazzi, ma in molti altri crepe e puntelli testimoniano un’attesa infinita.

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Ecco corso Vittorio Emanuele II, il cuore della città. Ora somiglia al salotto di un’antica dimora nobiliare abbandonata, in cui gli arredi sembrano invocare il ritorno degli antichi fasti.

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Da una vetrina gli occhi di Maddalena Crippa paiono serbare il ricordo di una città scomparsa poche ore dopo l’ultima replica.

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Le persone attendono.

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La basilica di Collemaggio sembra intatta. In realtà dietro la facciata ci sono solo macerie. Ma il ragazzo sulla slackeline forse è la prova che grazie alla tenacia e alla voglia di ricominciare daccapo dopo ogni caduta si può arrivare a destinazione.

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Di razzismo e altri demoni

Sono due giorni che non riesco a togliermi dalla testa ciò che è accaduto a Fermo. Un delitto atroce, ancor più atroce perché ascritto nella categoria del razzismo. Non sarebbe accaduto se Emmanuel fosse stato bianco. Oppure se avesse indossato un elegante doppiopetto, una camicia immacolata e avesse tenuto in mano una ventiquattrore.

Invece Emmanuel era un profugo di colore, uno di quelli che vengono guardati con sospetto, giudicati, che devono sempre giustificare la loro presenza tra di “noi”, mostrando ferite e raccontando di violenze e abusi subiti nel loro paese.

Ci sarebbero tante cose da dire, ma ciò ora mi preme è prendere posizione contro questi terribili stereotipi che stanno avvelenando la vita di tutti, compresi quelli che non hanno provato il minimo dolore per questa morte e spulciano le cronache dei giornali per poter attribuire anche a Emmanuel la responsabilità di ciò che è accaduto.

Una presa di posizione che rifiuta con sdegno le accuse di buonismo, che rifiuta nettamente la contrapposizione tra “sostenitori degli immigrati” e “sostenitori degli italiani”.

Io sono semplicemente una sostenitrice di ogni essere umano. In particolare di ogni essere umano in una situazione di bisogno. Bisogno di libertà, di sicurezza, di protezione, bisogno di cibo, bisogno di lavoro, bisogno di aiuto… Umanità e bisogni che dovrebbero accomunare tutti gli uomini e le donne della terra, senza alcuna distinzione, senza graduatorie se non lo stato stesso di bisogno.

(Non mi addentro ora in analisi storico/geografiche alla ricerca di responsabilità di questo stato delle cose che spinge centinaia di migliaia di persone a fuggire dal loro paese, qualunque esso sia, per cercare altrove la possibilità di un futuro migliore. Non è su questo che voglio puntare l’attenzione ora. E non dovrebbe pure essere necessario, se si guarda semplicemente all’umanità delle persone.)

Abbiamo smarrito uno sguardo solidale. Ci facciamo guidare, nel rivolgere i nostri occhi agli altri, da categorie che distolgono l’attenzione da ciò che realmente conta: la dirittura morale, la bontà, l’onestà e i loro contrari, facendone invece una questione di etnia, di religione, di sesso, di orientamento sessuale, come se comportamenti corretti o deviati dipendessero da essi. Ci sentiamo vittime di ingiustizie e invece di protestare contro chi le commette, ce la prendiamo con chi riceve benefici che riteniamo debbano essere riservati anche a noi. Cerchiamo capri espiatori tra chi è vittima come noi, o più di noi, di una terribile deriva nella politica, nell’economia, nella società contemporanee.

Se non ci fermiamo, se non proviamo a risalire questa china abbruttente, rischiamo davvero grosso. Rischiamo di perdere ciò che tentiamo di proteggere perché il trionfo della forza bruta, che troverà sempre più legittimazioni nella nostra tensione a escludere il “diverso”, non guarderà in faccia nessuno. Neppure chi questa forza l’ha alimentata.

 

Concludo con un pensiero ispirato da una fotografia che ho scattato sei anni fa a Belluno, sul greto del Piave. Chi di noi vorrebbe essere nei panni di questa donna anziana, che ha lasciato il suo paese, le sue abitudini, il mondo in cui aveva trascorso la maggior parte della sua vita, per finire in un luogo lontano, probabilmente ostile, in cui vivere confinata in casa, magari sola per tutto la giornata, nell’attesa di un figlio che forse non ha voluto lasciarla a morire di stenti nella sua terra? Io no. E neppure vorrei che ciò che si legge nel suo sguardo si leggesse negli occhi di nessun altro essere umano.

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Le Cirque Bidon

Siamo ritornati a vedere il loro spettacolo. Niccolò lo desiderava, noi quanto lui e la presenza dei nonni a Brescia ci ha dato un’ulteriore spinta per assistere all’ultima replica in Lombardia.

La magia si è rinnovata: il ricordo recente non ha intaccato nessun numero, anzi ha rappresentato quasi una garanzia di successo per l’esibizione in corso.

Ho qualche immagine in più, prima dell’inizio, all’intervallo e dopo la chiusura. Volti degli artisti in un quotidiano che per noi è straordinario. Piacere puro nello scattare, dato dalla loro naturalezza anche fuori dalla pista, dalle loro espressioni, mai artificiose, mai banali. A un certo punto ho detto a Gianluca di portarmi via con la forza, altrimenti non sarei riuscita a staccarmi spontaneamente da quell’atmosfera fantastica…

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E ora? Come faremo senza di loro?! Colorno, ultima tappa della loro tournée, non è lontana… Il festival ospiterà anche molti altri artisti davvero interessanti e il suo nome fa proprio per noi: “Tutti matti per Colorno” è il luogo ideale per una famiglia tutta matta per le Cirque Bidon!

La strada

Un festival del teatro di strada. Magia. Ritornare bambina, rimanendo a bocca aperta davanti ad acrobazie, giocolerie, ridendo a crepapelle per scherzi e rappresentazioni giocose.

 

E anche qualcosa di più. Un vago sentire che riporta alla memoria una poesia di Pessoa, contenuta in un libretto consunto, scomparso in un trasloco e ricomparso in un altro. Il teatro di strada come simbolo delle vite non vissute, delle possibilità non esplorate, delle strade non percorse. Incarnazione di ciò che viene dimenticato ma di tanto in tanto riappare, nostalgia di ciò che non è stato e di ciò che non sarà. Saudade.

 

Il violinista pazzo

Non fluì dalla strada del nord

né dalla via del sud

la sua musica selvaggia per la prima volta

nel villaggio quel giorno.

Egli apparve all’ improvviso nel sentiero,

tutti uscirono ad ascoltarlo,

all’ improvviso se ne andò, e invano

sperarono di rivederlo.

La sua strana musica infuse

in ogni cuore un desiderio di libertà.

Non era una melodia,

e neppure una non melodia.

In un luogo molto lontano,

in un luogo assai remoto,

costretti a vivere, essi

sentirono una risposta a questo suono.

Risposta a quel desiderio

che ognuno ha nel proprio seno,

il senso perduto che appartiene

alla ricerca dimenticata.

La sposa felice capì

d’ essere malmaritata,

L’ appassionato e contento amante

si stancò di amare ancora,

la fanciulla e il ragazzo furono felici

d’ aver solo sognato,

i cuori solitari che erano tristi

si sentirono meno soli in qualche luogo.

In ogni anima sbocciava il fiore

che al tatto lascia polvere senza terra,

la prima ora dell’anima gemella,

quella parte che ci completa,

l’ombra che viene a benedire

dalle inespresse profondità lambite

la luminosa inquietudine

migliore del riposo.

Così come venne andò via.

Lo sentirono come un mezzo-essere.

Poi, dolcemente, si confuse

con il silenzio e il ricordo.

Il sonno lasciò di nuovo il loro riso,

morì la loro estatica speranza,

e poco dopo dimenticarono

che era passato.

Tuttavia, quando la tristezza di vivere,

poiché la vita non è voluta,

ritorna nell’ ora dei sogni,

col senso della sua freddezza,

improvvisamente ciascuno ricorda –

risplendente come la luna nuova

dove il sogno-vita diventa cenere –

la melodia del violinista pazzo.

 

 

Questi sono alcuni degli artisti che per due giorni hanno riempito con la loro musica dell’anima le strade di Brescia.

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Un acrobata che ha chiamato il mio bambino accanto a sé per un numero. Niccolò ha rivelato una una sicurezza e una compostezza che gli hanno fatto superare con piglio deciso qualche rimbotto dell’artista.

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Due donne in scena. La loro esibizione è per me metafora di ciò che ci unisce e ci divide: a volte nemiche, a volte compagne. Nella speranza che un giorno noi tutte sapremo essere sempre sorelle.

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Altri artisti.

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E, infine, un capitolo a parte per il Cirque Bidon. Lo vidi vent’anni fa a Belluno. Mi rimase nel cuore, come la melodia del violinista pazzo.

Spesso ho cercato in rete immagini e video da mostrare a mio figlio, sperando che ritornassero in Italia. Ed ecco la meravigliosa di sorpresa del loro arrivo a Brescia.

La nuova produzione, La bulle de rêve, è bellissima: due ore di magia e risate. Non ho foto, François non le consente durante lo spettacolo. Qualche immagine presa nel pomeriggio, girando tra i carri e scambiando qualche chiacchiera con gli artisti.

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Il cimitero degli amori mancati

Ci sono amori perduti, amori consumati, amori in corso, amori quotidiani, amori… E amori mancati.

Gli amori mancati hanno un cimitero. Un cimitero in cui è sempre primavera, che va visitato alle prima luci del giorno. Quando le gocce di rugiada si uniscono sugli steli, sui fili d’erba e l’aria ha un profumo nuovo. Quando tutto deve ancora avere inizio e tutto sarà sicuramente meraviglioso.

Non è un luogo triste il cimitero degli amori mancati. Sotto le pietre non ci sono corpi di cui la pelle percepisce l’assenza. Ci sono sguardi, carezze, baci fugaci, abbracci prolungati. Ci sono melodie dimenticate che salgono dalla terra appena smossa. Ci sono vaghi profumi portati dalla brezza leggera. Indugiare tra le lapidi è dolce, ricordare provoca un lieve struggimento che sfugge appena si prova ad afferrarlo.

Nel cimitero degli amori mancati si può accennare qualche passo su strade mai imboccate, srotolando il gomitolo delle vite non vissute per riuscire a ritrovare l’uscita. La pelle è liscia, il passo ritrova un vigore dimenticato.

Ma quando il sole rischiara l’aria con la sua luce nitida, ogni cosa si dissolve, il cancello del cimitero degli amori mancati si chiude, con un lieve cigolio che assomiglia a un sospiro trattenuto.

Talvolta anche una visita in un crepuscolo d’autunno è possibile. Il cielo terso, l’aria ancora tiepida rendono la nostalgia un presagio di futuro. Ma le ombre scendono presto e dai monti cala un vento freddo che spinge verso un focolare acceso che fa evaporare malinconie dimenticate tra le pieghe della pelle.

Fino a un’altra alba di primavera…

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“Gli anni”

“Gli anni” è il titolo di un romanzo che ho terminato da poco di leggere. L’autrice è Annie Ernaux ed è pubblicato da “L’orma”.

Il tema mi ha affascinata immediatamente, forse perché mi sto avvicinando ai 50 anni. O, più semplicemente, perché la memoria e tutto ciò che ha a che fare con essa sono argomenti che mi sono cari da sempre.

“Tutte le immagini scompariranno.” Il libro inizia così. Poi ci sono le immagini. Una serie di fotogrammi, con gli attori bloccati come in un gioco di bambini. Che ora non scompariranno più, perché sono passati dalla memoria dell’autrice a quella di ogni lettore, sistemandosi accanto a immagini simili, o in nuovi contenitori. E poi ancora, le frasi, pronunciate, ascoltate migliaia di volte, Che scompariranno in queste combinazioni, ma ricompariranno in altre, in un eterno ritorno di luoghi non sempre comuni.

“Tutto si cancellerà in un secondo. Il dizionario costruito termine dopo termine dalla culla all’ultimo giaciglio si estinguerà. Sarà il silenzio, e nessuna parola per dirlo. Dalla bocca aperta non uscirà nulla. Né io né me. La lingua continuerà a mettere il mondo in parole. Nelle conversazioni attorno a una tavolata saremo soltanto un nome, sempre più senza volto, finché scompariremo nella massa anonima di una generazione lontana.”

Horror vacui? Forse. E forse proprio per questo io preferisco pensare che in questa massa anonima di generazioni ogni uomo e ogni donna abbia lasciato almeno una piccola traccia, inconsapevole anche per chi la rinviene, ma non per questo trascurabile. Probabilmente è una misera consolazione, davanti allo sgomento che si prova davanti all’assenza di risposte razionali alla domanda “E dopo tutta questa fatica?!”, ma tant’è…

 

Divagazioni… Ma torniamo al romanzo. La sua peculiarità risiede presumibilmente nel passaggio continuo tra memoria collettiva e memoria individuale.

Nella memoria collettiva ci si sente parte di questo fluire della storia, anche in periodi non vissuti in prima persona. Se consideriamo il tempo come un fiume, l’essere a bordo di questa enorme chiatta che ci trasporta verso una foce di cui non conosciamo nulla può essere straniante. Ma riconoscere nel racconto di chi c’era tratti familiari, momenti vissuti o ascoltati in narrazioni personali o epocali può dare un senso a quel viaggio, o a una parte di esso. Un braccio che si alza nella massa anonima dei viaggiatori per cambiare la rotta o le condizioni del viaggio dà una percezione diversa al viaggio stesso. Nel sollievo per il mutamento, nel rimpianto per il passato o nella disillusione dell’aver constatato la vacuità del mutamento.

La memoria individuale è impersonale. Alcune fotografie, e le sensazioni suscitate da esse. Come fosse un’altra persona ad aver vissuto. Una persona di cui si conoscono tutti i pensieri, ma che è altro da sé. Una modalità affascinante per raccontarsi. Come se quest’alterità garantisse un’effettiva immersione nel flusso della storia, al riparo dai personalismi. Che tuttavia ci sono e, talvolta, colpiscono al cuore il lettore che vede diventare labile il confine tra sé, la persona raccontata e gli anni che scorrono.

 

Amo questo libro. Un amore nato mentre lo leggevo, che continua ora, mentre ne scrivo, e che continuerà, nel progredire degli anni che vanno e andranno a costituire tutto ciò che “si cancellerà in un secondo”.

Un piccolo appunto. L’ultima parte non mi è sembrata all’altezza dell’opera nel suo complesso. Probabilmente perché collettivamente sono anni individualisti (ossimoro intenzionale!) e perché la memoria personale non se ne è ancora sufficientemente allontanata. Ma è un appunto proprio piccolo, per un’opera che, a tratti, ha del grandioso.