Attraverso le Cicladi

Questo lavoro è stato portato a termine e pubblicato sul nostro sito oltre due anni fa. Mi piace pubblicarlo anche qui, con la premessa che avevo scritto allora.

Perché questo racconto dopo cinque anni e mezzo? Al ritorno dal viaggio di nozze io e Gianluca abbiamo fatto stampare le foto che preferivamo in un fotolibro. Però, per me, era troppo presto. Non avevo maturato il distacco necessario per scegliere davvero. In seguito una serie di eventi (in particolare la nascita del nostro meraviglioso bambino, Niccolò!) mi ha tenuta lontana dalla fotografia. Ho ripreso qualche mese fa. E, insieme alla macchina fotografica, ho ripreso in mano anche il mio archivio, cancellando tutte le foto convertite, rivedendo un po’ alla volta tutti i raw, per convertire solo gli scatti che mi piacciono ora. Quando ho affrontato le foto della Grecia non avevo alcun progetto. Poi mi sono soffermata sulle persone, sui loro volti, sugli sguardi. In seguito hanno cominciato a fluire i ricordi e con essi l’esigenza di fermarli sulla carta (virtuale!). Ed è nato questo reportage.

Le Cicladi sono state la meta del nostro viaggio di nozze.

La Grecia classica è sempre stata (e qui è proprio il caso di dirlo!) un mito per me. Dioniso, Demetra, Maratona, Pericle, l’Olimpo, Alceo, Tebe, Saffo, Euripide, Epicuro, Delfi… Personaggi reali e mitologici, un tutt’uno per me, per il mio amore, germogliato tardivamente, per la classicità E poi Zante, anzi Zacinto, e il suo “greco mar”. E infine Mediterraneo, con il bianco abbagliante sul blu profondo, e l’apologia della fuga da ciò che delude.

Mai però ho voluto accostarmi a questo luogo dell’immaginario d’estate. Troppo alto il rischio di solari e sudori, di locali e moijto.

Il matrimonio a febbraio. L’occasione perfetta. Varie ipotesi. Alla fine scegliamo Mykonos, Delos e Santorini. L’aereo decolla il 23.

Scalo ad Atene. Atterriamo a Mykonos. Ci accoglie il melteni. Un cielo quasi sempre plumbeo. Dobbiamo rinunciare a Delos. Ma ciò che vediamo ci compensa della perdita. Pochissimo bianco e azzurro, molto bianco e blu intenso. Indaco? Da piccola ero convinta che l’indaco fosse proprio quella mescolanza indefinita di blu, nero, grigio. Del cielo, del mare.

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Tutto deserto. Lavori nelle boutique chiuse nell’attesa dei turisti. Anziani che ci guardano con curiosità e davanti alla macchina fotografica si mettono in posa. Occhi di profonda saggezza.

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Una signora, saputo che eravamo in viaggio di nozze, mi regala un mazzolino di fiori del suo giardino, violacciocche e fresie.

Bimbi che ci seguono con lo sguardo per le viuzze bianche.

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L’incredibile desolazione di Little Venice, deserta e battuta dalle onde. Ancor più incredibile, una sera nel buio appare una luce, solitaria e calda che fa pensare a tepori familiari.

Gli orecchini acquistati in un negozio aperto solo per noi.

Noleggiamo un’auto. Attratti da una chiesetta sperduta nella nebbia ci impantaniamo. Le ruote girano nel fango schizzando ovunque. Tra risate e un po’ di sgomento (chi ci troverà qui?!) ripercorriamo a piedi la strada che ci ha portato lì. Mi torna in mente il tenente Montini di Mediterraneo che vaga per l’isola apparentemente deserta: “Dove sono gli uomini?!” Li troviamo: stanno lavorando in una fattoria. Riusciamo a spiegare l’accaduto. Un pick up con il cavo di acciaio ci libera dal fango e possiamo proseguire, accompagnati dai loro sorrisi (o, meglio, risate!).

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Strade strette che si inerpicano su alture dove si incontrano capre e cavalli, Casolari sprangati o ruderi. Nulla più. Un gatto su un muretto stagliato contro il cielo.

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Raggiungiamo spiagge purificate dalla solitudine.

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Il mare Egeo davanti a noi, solo per noi. La culla della civiltà. Davvero il pensiero si perde in questo abisso.

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Un paesino quasi deserto. Un pope comparso dal nulla ci guarda placidamente, due turisti fuori stagione che rincorrono immagini fuori stagione.

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Le colazioni con crepes alla nutella in un locale gestito da una signora svizzera che per amore si è fermata nell’isola. Un pizzico di invidia per una scelta così radicale. L’attendente Antonio Farina  di Mediterraneo sembra sorridere dietro le sue spalle…

La vendita della verdura: una signora con un asino gira tra le viuzze, a volte tenta di trascinare l’animale recalcitrante, a volte vi sale in groppa.

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Ogni sera la cena in una taverna del porto, un po’ ospiti graditi, un po’ intrusi nell’isolamento dell’inverno.

La scoperta: d’inverno non c’è un collegamento diretto tra Mykonos e Santorini. Dobbiamo andare a Syros e ripartire il giorno dopo per Santorini.

Syros

Nulla di straordinario. Ma vita, strade affollate, locali, mercati, persone.

Bambini, soprattutto bambini. Che giocano per le strade, senza nessun adulto che li controlli. Che calciano il pallone nella piazza principale, tra passanti che schivano la palla.

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Ci inerpichiamo tra le viuzze che portano alla sommità della collina. Catturiamo frammenti di vite che sembrano appartenere agli anni ’70. Giungiamo in cima. Il pope sta per chiudere la chiesa ma ci fa entrare un attimo. Ci racconta dei suoi studi a Roma. Parla con amore dell’Italia, con quell’amore che io sento ogni volta che ripenso a quei luoghi. E poi ancora l’Egeo, che isola e collega, che permea ogni cosa. La nostra stanza vi si affaccia, un altro infinito in cui è dolce naufragare…

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Una traversata verso Santorini che sembra non avere fine. Quasi 12 ore. Il personale, a cui chiediamo a che ora arriveremo, risponde sempre “tra un’ora circa”. Le ore si sommano. Viene proiettato il film sulla vita dei Doors. Le loro canzoni da allora mi riporteranno sempre ai quei momenti. Soprattutto… Quando arriverà The End di questa traversata?!

Alle tre del mattino finalmente sbarchiamo. Il proprietario del b&b ci sta aspettando al porto per portarci a Fira. In un inglese assonnato lo ringraziamo cercando di trasmettergli la nostra riconoscenza. La mattina dopo la caldera di apre davanti a noi. Banale, scontato, ma sembra il posto più bello che abbiamo mai visto. Non è vero, o lo è nella misura in cui il primo sguardo verso un luogo meraviglioso sembra aprire la porta su beatitudini mai provate. Scendiamo a piedi al vecchio porto. Facciamo amicizia con due cani che ci seguiranno nella risalita a dorso d’asino, accompagnandoci a lungo nel nostro vagabondare. Guide discrete e premurose nell’assolato silenzio di una domenica mattina di marzo. Una grande nave in mezzo alla caldera. Sono marines di stanza in Iraq, condotti lì per una licenza. Lontano da orrori cui accenna un ragazzone che ci racconta delle sue origini italiane. La sera riempiranno i locali: musica assordante, urla, birra. Bambini alle prese con qualcosa di troppo grande per loro.

Lo splendore di Oia. Incanto di luce, muri candidi, mare scintillante. Persone stupite o assorte. Forse troppo  spesso si usa l’espressione “fuori dal tempo”, ma per quelle ore di vagabondaggi sembra l’unica appropriata. Le case non hanno tempo, sembrano essere lì da sempre e l’eternità del mare… Sbuca dietro ogni angolo, essenza della bellezza da tempo immemorabile.

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Ritorniamo a Fira nel pieno svolgimento della festa del carnevale. Camminiamo su un tappeto di stelle filanti e di coriandoli in un mescolarsi di giochi, sguardi, sorrisi. Gioia. Gli adulti fanno da cornice, impegnati nei loro discorsi o nel guardare bambini liberi di essere felici e di avere fiducia negli altri.

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Il giorno dopo la festa degli aquiloni a Kamari. Adulti, bambini, tutti sulla spiaggia a lanciare nel cielo gli aquiloni.

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Due ricordi.

Una donna anziana. Cammina eretta, scambia due parole con chi la saluta. Ha uno sguardo limpido, rasserenante. Guardando i suoi occhi non puoi che immaginare una vita piena, un’alternanza di gioie e dolori accettati così come sono venuti. Si accorge che la sto fotografando. Non muta lo sguardo, i gesti. Prosegue per la sua strada, la guardo svanire dietro l’angolo. Sono felice di averla incontrata.

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Una famiglia festeggia. Pesce alla griglia, vino, risate, allegria. Ci invitano a pranzare con loro. Rifiutiamo, ma insistono. Mangiamo polipi arrostiti e beviamo un vino nero, denso. Comunichiamo in una lingua improbabile, scambiandoci informazioni forse fraintese, ma appagati in questa vicinanza che in fondo non ha bisogno di parole.

Giriamo tra alberghi chiusi e chioschi che chiedono restauri. Perdiamo l’ultimo autobus per Fira. Da un bar sperduto tra case abbandonate una signora ci chiama un taxi. Un anziano con velleità da pilota di formula uno ci riporta in città tra curve affrontate in nuvole di polvere.

Un altro tramonto incredibile a Imerovigli. La luce ha una purezza che non potrò mai scordare. Mi torna in mente una parola portoghese, saudade. Nostalgia di qualcosa di indefinito che percepisci, che senti ma non conosci e forse non conoscerai mai. O hai conosciuto in un’epoca primordiale di cui hai serbato un sentore indefinito.

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Dobbiamo rientrare in Italia. Con un sottile senso di mancanza per tutto ciò che non siamo riusciti a vedere. Torneremo. Con i figli che speriamo di avere.

L’ultima cena in un ristorante che si chiama Dionysos, un omaggio alla mia tesi, all’espressione del mio amore per il mondo classico. Prendiamo un biglietto da visita che è ancora nel mio portafoglio, garanzia per un ritorno già atteso.

Decolliamo nella luce pulita delle prime ore del mattino.

All’aeroporto di Atene fotografiamo il nostro riflesso su una vetrata. Ci attende una vita colma di promesse.

Era il 2009. La crisi era ancora qualcosa che riguardava più l’informazione che la percezione. Poi è accaduto ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma molti hanno già dimenticato. Qualche tempo fa ho letto dell’aumento della mortalità infantile: una notizia agghiacciante, da non riuscire a commentare. Riguardo le foto e mi chiedo cosa ne sarà stato di quelle persone i cui volti ho portato con me. Quanti di loro avranno rinunciato ai loro sogni, alle loro speranze? Quanti anziani saranno morti angosciati per la situazione in cui lasciavano figli e nipoti? Quanti bambini si dovranno accontentare di sopravvivere, senza più far volare gli aquiloni di Santorini? Eppure un alito di speranza continua a soffiare. La speranza che nella terra in cui è nato il pensiero possa rinascere un pensiero nuovo, capace di imprimere una svolta a questa deriva generale. O, se non qui, altrove. Purché rinasca.

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3 pensieri su “Attraverso le Cicladi

  1. La Grecia è la mia seconda patria adottiva da anni la visito…non sono vacanze ma viaggi…quest’anno ho portato il mio piccolino nato a marzo per la prima volta…anche io sposa nel 2009…leggendo e vedendo queste foto mi è scesa una lacrimuccia…la nostalgia, il rammarico per quello che il turismo di massa rovina per la crisi economica così dura in una terra così bella fragile e orgogliosa!

    • Noi dopo la nascita di Niccolò non siamo più andati all’estero, a parte la Croazia: abbiamo scelto di girare per l’Italia. Però mi manca questa dimensione, a cui è ora di riapriirsi, tanto che stiamo pensando a Creta per la prossima primavera! Ci sei stata? Io ho riportato dalla Grecia un senso di bellezza senza fine, anche dalle persone, che mi ci fa pensare sempre con grande nostalgia…

      • Noi siamo stati a Creta qualche anno fa…bellissima ma io sono di parte! Con il tempo abbiamo smesso di andarci nei mesi di ressa ma il lavoro non ci permette sempre dei veri fuori stagione anche perché a me piace comunque vivermi le vacanze estive al caldo e io dico a ‘casa’ quindi ci siamo attrezzati a dei fuori rotte usuali e approdiamo da qualche anno in piccole isole fuori dalle rotte turistiche classiche soprattutto per gli italiani…Koufunissi e Schinoussa sono nel nostro cuore! A Ferragosto isole quasi deserte e spiagge solo per noi! Sembra incredibile…solo che il viaggio soprattutto in traghetto e le coincidenze con i voli che possono sempre serbare sorprese sono da rimandare con un piccolo! Questa estate siamo stati a Samos vedevamo il volo diretto dato che Giovanni aveva a luglio 4 mesi!

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