Di razzismo e altri demoni

Sono due giorni che non riesco a togliermi dalla testa ciò che è accaduto a Fermo. Un delitto atroce, ancor più atroce perché ascritto nella categoria del razzismo. Non sarebbe accaduto se Emmanuel fosse stato bianco. Oppure se avesse indossato un elegante doppiopetto, una camicia immacolata e avesse tenuto in mano una ventiquattrore.

Invece Emmanuel era un profugo di colore, uno di quelli che vengono guardati con sospetto, giudicati, che devono sempre giustificare la loro presenza tra di “noi”, mostrando ferite e raccontando di violenze e abusi subiti nel loro paese.

Ci sarebbero tante cose da dire, ma ciò ora mi preme è prendere posizione contro questi terribili stereotipi che stanno avvelenando la vita di tutti, compresi quelli che non hanno provato il minimo dolore per questa morte e spulciano le cronache dei giornali per poter attribuire anche a Emmanuel la responsabilità di ciò che è accaduto.

Una presa di posizione che rifiuta con sdegno le accuse di buonismo, che rifiuta nettamente la contrapposizione tra “sostenitori degli immigrati” e “sostenitori degli italiani”.

Io sono semplicemente una sostenitrice di ogni essere umano. In particolare di ogni essere umano in una situazione di bisogno. Bisogno di libertà, di sicurezza, di protezione, bisogno di cibo, bisogno di lavoro, bisogno di aiuto… Umanità e bisogni che dovrebbero accomunare tutti gli uomini e le donne della terra, senza alcuna distinzione, senza graduatorie se non lo stato stesso di bisogno.

(Non mi addentro ora in analisi storico/geografiche alla ricerca di responsabilità di questo stato delle cose che spinge centinaia di migliaia di persone a fuggire dal loro paese, qualunque esso sia, per cercare altrove la possibilità di un futuro migliore. Non è su questo che voglio puntare l’attenzione ora. E non dovrebbe pure essere necessario, se si guarda semplicemente all’umanità delle persone.)

Abbiamo smarrito uno sguardo solidale. Ci facciamo guidare, nel rivolgere i nostri occhi agli altri, da categorie che distolgono l’attenzione da ciò che realmente conta: la dirittura morale, la bontà, l’onestà e i loro contrari, facendone invece una questione di etnia, di religione, di sesso, di orientamento sessuale, come se comportamenti corretti o deviati dipendessero da essi. Ci sentiamo vittime di ingiustizie e invece di protestare contro chi le commette, ce la prendiamo con chi riceve benefici che riteniamo debbano essere riservati anche a noi. Cerchiamo capri espiatori tra chi è vittima come noi, o più di noi, di una terribile deriva nella politica, nell’economia, nella società contemporanee.

Se non ci fermiamo, se non proviamo a risalire questa china abbruttente, rischiamo davvero grosso. Rischiamo di perdere ciò che tentiamo di proteggere perché il trionfo della forza bruta, che troverà sempre più legittimazioni nella nostra tensione a escludere il “diverso”, non guarderà in faccia nessuno. Neppure chi questa forza l’ha alimentata.

 

Concludo con un pensiero ispirato da una fotografia che ho scattato sei anni fa a Belluno, sul greto del Piave. Chi di noi vorrebbe essere nei panni di questa donna anziana, che ha lasciato il suo paese, le sue abitudini, il mondo in cui aveva trascorso la maggior parte della sua vita, per finire in un luogo lontano, probabilmente ostile, in cui vivere confinata in casa, magari sola per tutto la giornata, nell’attesa di un figlio che forse non ha voluto lasciarla a morire di stenti nella sua terra? Io no. E neppure vorrei che ciò che si legge nel suo sguardo si leggesse negli occhi di nessun altro essere umano.

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