Il sapone di Aleppo

Qualche tempo fa sono andata in erboristeria a comprare il doccia-schiuma per Niccolò. Mentre aspettavo il mio turno, ho pensato di comprare un pezzo di sapone di Aleppo, visto che era da un po’ che non lo usavamo. Poiché non lo vedevo esposto, ho chiesto alla proprietaria. Mi ha risposto che da tempo non le viene consegnato.

Ecco, uno schiaffo in faccia non sarebbe stato così violento. Aleppo è in Siria. In un attimo mi è passata davanti agli occhi una serie di immagini, a partire da quella di un bimbo in maglietta rossa e pantaloncini blu. Edifici sventrati, macerie. Barconi, distese di acqua, spiagge lontane. Esistenze divenute in un soffio precarie. Mi sono vergognata di me stessa, del mio scindere quel pezzo di sapone dalla città dove viene prodotto. Città che si trova in una terra devastata, lo sappiamo tutti. Ma è lontano. Tutto è lontano e deve restare lontano. Per non farci troppa paura, per non metterci davanti al fatto che la precarietà è anche una nostra condizione, che nulla è davvero scontato. Mi fermo qui perché avrò un’altra occasione per scrivere ciò che penso sull’argomento profughi e sull’accoglienza. Ora sottolineo ancora una volta il fatto che troppe volte non ci fermiamo a riflettere sul fatto che dietro ogni cosa che rende la nostra vita più confortevole ci sono molte, moltissime storie. Spesso davvero tragiche.

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