Rimini in bianco e nero

Rimini, stessa domenica di novembre del 2016.

Qui ho scelto il bianco e nero, queste sono le immagini che esprimono quello che sono.

Ma cosa sono? Con le parole non lo esprimere compiutamente, quindi lascio che parlino i miei scatti.

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Una macchia a colori

Rimini, novembre.

È ormai un appuntamento per tutta la famiglia il convegno organizzato dalla casa editrice Erickson. Per me un’occasione per non sentirmi sola nel desolato panorama scolastico attuale, per Niccolò e Gianluca un’occasione per vivere fuori dall’ordinario giornate solo per loro.

Nel 2016 una domenica mattina insolitamente libera ci permette di passeggiare insieme sulla spiaggia. Una spiaggia limpida, dai colori lavati da giornate di pioggia incessante, che ha lasciato anche pozze ovunque, specchi per le vestigia di un’estate chiassosa che non frequenteremo mai.

Questi colori e queste geometrie mi affascinano e nella post produzione rimangono così come sono. Una macchia a colori nel mio mondo in bianco e nero.

 

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Esprimi un desiderio

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Esprimi un desiderio è uno spettacolo di teatro di strada messo in scena dall’associazione Il Carrozzone. Gli attori (accompagnati da un’asina, due cavalli, due capre e alcune galline) sono partiti, a bordo appunto di un carrozzone, da Pontevico il 13 giugno e raggiungeranno Ponte di Legno il 3 agosto, dopo aver toccato moltissime località della provincia di Brescia.

Non è facile raccontare le emozioni che abbiamo vissuto assistendo al loro spettacolo, che racconta di sogni, di desideri, di stelle… Spettacolo in cui si ride moltissimo, ma che alla fine mi ha fatto piangere di commozione. Perché realizza in scena un sogno che deve realizzarsi anche nella realtà: un mondo in cui “normalità” e “diversità” convivono fianco a fianco, in cui ognuno trova il proprio spazio perché lo deve avere e non perché qualcun altro glielo “concede”.

Prima di lasciar parlare le immagini, mi piace riportare una domanda di Niccolò, che ci ha posto in macchina dopo lo spettacolo, quando io e Gianluca parlavamo del progetto che ha permesso la realizzazione dello spettacolo: “Ma chi erano i disabili?”

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Qualche giorno dopo abbiamo raggiunto il Carrozzone in un’altra tappa. Alcuni attori erano cambiati, ma la magia è rimasta immutata…

 

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Qualcosa capiterà, vedrai

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Ci sono libri che rimangono a lungo sotto la pelle. Forse per sempre.

Uno di questi è “Qualcosa capiterà, vedrai” di Christos Ikonomou. L’ho letto circa due mesi fa e ho iniziato subito a scrivere una recensione che tuttavia ho abbandonato perché mi sembrava troppo impregnata di uno spirito anti Unione Europea. Non rinnego ora tale vis polemica, ma sarebbe troppo riduttivo parlare di una splendida raccolta di racconti seguendo solo questo filone. I protagonisti sono sicuramente le vittime di una scellerata politica che ha messo in ginocchio il paese in cui ha avuto origine la nostra cultura, la nostra civiltà, insomma (mi si perdoni l’espressione ultra abusata), la culla del nostro pensiero. Ma la loro bellezza, la loro grandezza va oltre la contingenza delle vicende della loro esistenza. O forse si staglia limpida nel nostro immaginario, proprio a dispetto della miseria in cui vengono costretti a vivere.

E così, una donna abbandonata dal compagno per gli “ottocento euro novecento al massimo” del salvadanaio a forma di porcellino “comincia a mangiare lentamente, con piccoli, decisi bocconi, l’uomo che a sua volta è passato per la sua vita attraverso i suoi confini incustoditi come un sodato invasore o come un migrante braccato.”

Un padre aspetta al porto la figlia adulta per chiederle cinquanta euro, così potrà comprare anche un ovetto kinder per il figlio piccolo. Ma la donna non arriva e lui, novello Cristo dai palmi delle mani insanguinati, torna a casa all’alba del venerdì santo per trovare il bambino addormentato digiuno al tavolo della cucina.

Uomini consunti dalla vita che si raccontano le loro vite attorno al fuoco per intiepidire l’attesa notturna di gennaio fuori da un poliambulatorio pubblico.

Una donna morta d’infarto mentre il personale dell’ospedale discuteva con il passante che l’aveva soccorsa per strada imponendogli di pagarne le cure.

Un uomo che di notte parla alla sua compagna per farla addormentare o per tenerla sveglia. Un incendio ha bruciato il loro futuro.

 

Sono molte queste figure dolenti, raccontate con un linguaggio scarno, essenziale, come è divenuta la loro vita dopo il tramonto delle speranze. Lasciano sgomento il lettore, che teme di trovarvi un presagio di vita futura.

Ma forse non tutto è perduto. No, se un uomo che ha perso il lavoro, uno come tanti, lotta con tutte le sue forze per liberare dal cappio una bitta su cui una donna ha dipinto l’immagine di un bambino.

Abruzzo, storia di un amore

Ho iniziato a scrivere queste parole l’autunno scorso. Ma un amore che dura da tanto tempo non si può esaurire in poche righe, non si accontenta di attimi ritagliati. Le pagine incompiute sono state archiviate in attesa di tempi distesi. Il pensiero vi correva durante un inverno denso di impegno e, soprattutto, di dolore per una terra così amata, tra notizie angoscianti e telefonate preoccupate. Ora è giunto il momento di portarle a compimento, nell’attesa di un ritorno imminente.

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Quest’anno il ritorno dalle vacanze ha portato con sé una nostalgia dell’Abruzzo quasi fisica. Mi sono ritrovata a guardare con aria sognante le fiancate di un furgone che riportavano la pubblicità di un vino di Tollo… Ho chiesto alla segretaria della ditta da cui ordiniamo l’olio di andare a salutare Punta Penna per me… Così è stato per Gianluca e anche per Niccolò, che già alla fine di agosto ha iniziato a chiedere quando ritorneremo a Vasto.

Mi sono quindi chiesta perché l’Abruzzo sia per un me un luogo dell’anima, anzi il luogo dell’anima per eccellenza. Il posto che mi fa desiderare di terminare la mia vita lì, vicino a quel mare che non ha nulla di particolare, ma in cui sarebbe dolce ritornare alla fine di ogni viaggio.

 

La prima volta che ci andai era sul finire dell’estate del ’92. Un lungo viaggio in treno con mia mamma, che aveva lavorato a Teramo in gioventù e e vi era ritornata qualche tempo prima, riallacciando rapporti che non erano mai stati del tutto interrotti. Voleva che anch’io conoscessi quei luoghi dove aveva mosso i primi passi nel mondo del lavoro e aveva stretto amicizie con persone che le erano rimaste nel cuore.

Non ho ricordi molto nitidi, ma sensazioni, più che altro. Le piantine di cappero sulle mura di Civitella del Tronto. La liquirizia amara acquistata ad Atri. Un caldo che accarezzava la pelle, senza soffocare. Una luce limpida sulle colline dalle finestre dell’albergo. I fichi appena colti, passaggio improvviso dal verde tenero della buccia al violetto intenso della polpa, un sapore pieno e dolce raramente percepito in seguito. Sorrisi, volti accoglienti, occhi sorpresi e felici per la nostra presenza. Ore di parole, ricordi, racconti, intorno a un tavolo, senza noia, puro piacere di stare assieme. E un concerto di Sergio Caputo a Piano d’Accio, gradevole momento non previsto.

 

Qualche anno dopo, una grossa crisi personale mi fece bramare un netto stacco dalla quotidianità. Una pausa per riflettere, sola, senza nessuna ingerenza. Scelsi di andare a Teramo, dove sola del tutto non sarei stata, ma avrei potuto mettere più di 500 km tra me e ciò che mi assillava e richiedeva scelte ben precise. Era l’inizio di febbraio del ’96. Un altro lungo viaggio in treno. Il cuore in gola, la percezione che la mia vita stava per cambiare. Un mare e un cielo plumbei sembravano incontrarsi, quella domenica mattina, nei punti in cui i binari correvano lungo la costa. Stavo andando incontro al mio destino? Non lo so, come non so se si possa davvero parlare di destino. So solo che dal primo atto compiuto al ritorno di quel viaggio ebbe inizio una serie di cambiamenti che sono la vera essenza di ciò che sento di essere. Dopo di allora, una simile situazione di cesura mi è capitata un’altra volta. Ma lì l’Abruzzo non ne è stato il teatro. È arrivato, anzi è tornato, dopo. Con Gianluca.

Ma andiamo con ordine. Torniamo all’inverno del ’96. A una ragazza che viaggiava lungo la costa adriatica con La compagnia dei Celestini di Benni nella borsa. Ma che acquisterà Jules e Jim di Pierre Roché appena entrerà in una libreria di Teramo. Un libro che tornerà, nella versione cinematografica, a segnare un altro mutamento radicale della mia vita.

Cosa ricordo di quel viaggio?

Persone amiche, che non chiesero nulla ma accolsero con affetto, rispettando presenze e assenze.

Scarpinate. Per pensare, per scandagliare, senza riuscirci, tutte le possibili conseguenze delle scelte che avrei dovuto compiere. Per inseguire sensazioni. Per espiare, forse, il dolore che avrei causato imboccando strade inattese… Cieli cupi, nuvole cariche di pioggia. Spiagge deserte. Una camminata sulla battigia da Roseto a Pineto, con la Torre di Cerrano che mi aspettava in fondo. Porto sicuro dopo tanto vagare?

Un’auto presa a noleggio che mi portò a percorrere la valle del Vomano. Una madonna abbandonata in un deposito di materiali di una chiesa in restauro (San Clemente? Santa Maria? Non ricordo…) Le rovine di San Giovanni ad Insulam nella luce declinante di un cielo fosco che prometteva neve. Vagare per i vicoli di Isola del Gran Sasso, guardando radi fiocchi di neve che, finalmente avevano dato compimento alla promessa e avrebbero dovuto affrettare il ritorno, e invece non turbarono il doloroso piacere di sentirmi, in quel momento, inesorabilmente sola sulla terra.

Sprazzi di sereno a illuminare dolcemente le colline intorno a Giulianova e il mare, quel giorno, di un rassicurante, luminoso azzurro.

Bominaco. Pura armonia del luogo e del paesaggio circostante, morbida tregua per un cuore in tempesta. L’Aquila. Città brulicante di vita e di bellezza. Ho raccontato altrove lo sgomento che ho provato vent’anni dopo nel vederla ancora così profondamente ferita dal sisma del 2009.

Un regalo meraviglioso. Un’amicizia. Che continua inalterata, in fondo, nel tempo. Nonostante la distanza. Nonostante sia intervallata anni di silenzio. Nonostante le strade diverse imboccate. Capace di chiamare l’altro con un urlo silenzioso che sa sempre trovare risposta. Nata tra le vie di Teramo e suggellata in una notte trascorsa a vagare tra le strade di Roma, silenziose e quasi deserte, in un sentire comune che già allora non aveva bisogno di molte parole per esprimersi. In un ritorno che ci vide attraversare l’Appennino sotto la neve, senza gomme invernali, in una neonata complicità che ancora ci unisce anche solo attraverso un messaggio del telefono.

Non ho foto da pubblicare qui. O, meglio, le foto ci sono, perché probabilmente proprio allora nacque l’amore per la fotografia. Ma sono in fondo a qualche scatolone di cose archiviate che non è ancora stato aperto dopo l’ultimo trasloco o, forse, è rimasto a Belluno, in un garage, coperto dalla polvere del tempo, ma non da quella dell’oblio.

 

1999 Un’estate in cui si rinsaldò l’amicizia nata tre anni prima. Tra notti e albe sulle spiagge da Alba a Silvi, tra musica, parole e quieti silenzi. Pure un’altra amicizia si rinsaldò in quell’estate. Questo secondo rapporto, però, si è dissolto negli anni, a causa mia, a causa di quella che si è rivelata una mia incapacità di gestire rapporti difficili. Che tuttavia rimane sotto la pelle, sottile speranza che non tutto sia perduto e che anni di silenzio possano essere annullati. Ma allora non lo sapevo. Godemmo di un’estate di confidenze intorno a una vita che cresceva. Nel novembre di quell’anno un viaggio lampo. In treno, fino a Roma, e poi in pullman, di nuovo attraverso l’Appennino, per accogliere quella vita che era pronta a sbocciare. Un neonato, il più piccolo che avessi mai preso in braccio prima di diventare a mia volta mamma. Un ricordo che tornò quando per la prima volta vidi mio figlio.

 

Gli anni successivi. Anni difficili, nella mia vita, trascorsi quasi in apnea. Veloci scappate o vacanze più lunghe. A volte sola, a volte con mia mamma che continua a conservare anche lei un legame con quella terra. Pochi ricordi netti, persi nel gorgo di una fetta di vita dissolta come fumo nell’aria.

 

Tra il 2007 e il 2008 un’altra cesura, cui ho accennato in precedenza, iniziata in Bretagna e compiuta Berlino. Che mi riportò alla vita e riportò pure l’Abruzzo nella mia vita.

 

Dapprima con un viaggio lampo in Italia centrale, che dopo Toscana e Umbria mi condusse ancora una volta nel Teramano, quasi a suggellare una rinascita alla luce dopo anni trascorsi in una sorta di tenebra. Prima però ci furono Santo Stefano di Sessanio, Rocca Calascio e Castel del Monte. I primi due mi furono consigliati da Gianluca, che avevo conosciuto qualche giorno prima della partenza. Ricordo di essermi seduta sulla soglia di una casa nei pressi della Torre Medicea, crollata nel 2009, per inviargli un messaggio in cui tentavo di comunicargli il profondo senso di pienezza che provavo respirando l’aria di quei luoghi a lui cari. Ci sono tornata, con Gianluca e Niccolò, la scorsa estate. Dopo L’Aquila. Una giornata con sprazzi di sole e di vento freddo che ci hanno permesso di immergerci nell’atmosfera selvaggia e libera dell’Appennino. Non ricordavo bene la bellezza di Santo Stefano e l’ho vissuta quasi fosse la prima volta, passeggiando tra gli edifici che non mostrano più i segni del terremoto.

Rocca Calascio al tramonto, tra pochi turisti che non turbavano l’equilibrio perfetto di un cielo screziato di azzurro e violetto, ha riportato la magia di ricordi passati. Il pensiero non poteva che correre ancora una volta a Ladyhawke, film molto amato, girato in parte in alcuni dei luoghi a me più cari.

 

Ma torniamo al 2008. Durante l’estate Gianluca per la prima volta mi condusse a Vasto. Cosa ricordo di quell’estate? La prima immagine che mi torna alla mente è quella dell’azzurro violetto dei cardi disseminati lungo la strada che conduce a Capracotta. Poi si susseguono altre immagini, prime volte che si confondono con tutte le altre volte. Paesaggi fermati in una sola stagione, in un solo mese, nel desiderio di vederli con i colori autunnali o nell’essenzialità dell’inverno, magari imbiancati… O nel risveglio primaverile, o nelle promesse dell’inizio dell’estate…

Punta Penna, nei suoi molteplici aspetti. Il faro, circondato da palazzi male in arnese che narrano di vite fuori dalle convenzioni. Ai piedi del faro, la chiesetta della Madonna di Pennaluce, commistione di antico e moderno, offre riparo alle tempeste di un mare che lì si offre agli occhi libero da presenze umane. Il molo dei trabocchi che fanno sognare una notte al loro interno, per ascoltare l’infuriare del vento e del mare che si incontrano e per vedere poi un’alba di luce purificata. La spiaggia sul finire del giorno. Quando rimangono poche persone e il cielo sulla Maiella diventa infuocato. Tramonti che vorresti durassero in eterno, tanta è la bellezza. La sabbia finalmente fresca scivola sui piedi e sembra acqua. Chi rimane sembra condividere un appagamento caro a pochi. Niccolò che raccoglie bastoni, che corre sulla riva, che ride felice. Punta Aderci, finalmente selvaggia, pura.

E poi? Vasto alta: vicoli silenziosi su cui si aprono palazzi dagli atri bui, refrigerio per il bruciante meriggio del sud. L’incanto della loggetta quasi deserta perché sta per scatenarsi un temporale e sul golfo cielo e mare sembrano toccarsi nel blu nerastro. San Pietro: porta aperta sul vuoto o sull’abbraccio di piazza Sant’Antonio. I giardini di Palazzo d’Avalos, altra eco spagnola di estati assolate.

 

Un’estate ci fermammo a Scanno prima di scendere a Vasto. Non ho foto di quel soggiorno. Dopo la nascita di Niccolò ci fu un’altra cesura tra me e la fotografia: il mio bambino mi assorbiva interamente e sentivo come inutile filtro l’obiettivo posto tra noi e il mondo. Conservo tuttavia alcuni scatti nella mia mente. Scanno di notte, tra palazzi bianchi di luce lunare, su cui si stagliano nere le ombre degli anziani che prendono il fresco. Fratture, un borgo pressoché abbandonato dopo l’ennesimo terremoto, con una compagnia di attori che nella luce tagliente del mezzogiorno mette in scena un dramma dannunziano. Paesaggi brulli, struggenti nella loro essenzialità. La schiena di due due lupi che corrono tra l’erba gialla della riserva di Civitella Alfedena. L’armonia delle vie punteggiate di gerani rossi a Pescasseroli. Sulmona, un caldo asfissiante che si attenua solo nell’ombra del duomo.

 

L’estate scorsa il tragitto da Chieti a Stiffe e poi verso L’Aquila e Santo Stefano di Sessanio ha risvegliato desideri sopiti. Qualche nome, quasi a caso: Navelli, Popoli, ancora Bominaco, Capestrano… Desiderio intenso di vivere quei luoghi, auspicio per le prossime vacanze.

 

Dopo aver scritto questa storia d’amore per una terra, ho cercato le immagini per raccontarla. Ma non ho trovato nulla che vi corrispondesse. I miei scatti raccontano un’altra storia, sempre d’amore, ma diversa.

Eccoli, non a corredo delle parole, ma a sé stanti.

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Il Circo Patuf

Un altro circo, un’altra possibilità di provare emozioni bambine. E la pura gioia di vedere lo spettacolo dietro una lente, attraverso fotogrammi scanditi dal clac dello specchio che si alza e si abbassa.

Il circo Patuf a Feltre, a poche centinaia di metri dall’ospedale in cui sono nata io e in cui è nato il mio meraviglioso Niccolò.

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Un circo piccolo, quattro artisti sul palcoscenico e due che li introducono con musiche e buffe pantomime e governano le luci.

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Uno spettacolo che narra di un viaggio tra dame e poveri diavoli, alla ricerca di un posto migliore in cui vivere.

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Un viaggio pieno di trovate esilaranti,

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a cui viene spinto a partecipare pure il nonno…

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e acrobazie mozzafiato

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ma con un sottofondo di malinconia, che a volte emerge da una valigia logora, un uovo conteso, uno sguardo nostalgico…

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Malinconia che trova il compimento nelle parole di Federico, a fine spettacolo. Parole che ricordano il viaggio dei suoi avi per cercare fortuna oltreoceano, in Argentina. E che esortano a guardare con occhi partecipi chi ora attraversa un altro mare per cercare una sorte migliore tra noi.

 

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Un’ulteriore emozione, questa volta, ci è stata data dalla possibilità che ci hanno offerto gli artisti di girare dietro le quinte per cogliere qualche istante della loro quotidianità. Una magia in più…

 

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Il Circo PaNiKo

“Ormai l’inverno del nostro scontento s’è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole di York”…

O di Cervia?

O del Circo PaNiKo?

 

Cito Shakespeare (Riccardo III, atto primo, scena prima), perché è proprio questa suggestione (che non ha a che vedere con il testo…) che mi porto dai due giorni trascorsi al mare, a Cervia, al Festival degli Aquiloni.

Prima un lungo inverno, buio, in cui l’impegno del lavoro ha lasciato ben poco spazio alle passioni, in cui la macchina fotografica era divenuta più un fardello da lasciare a casa nelle rare gite che il mezzo per trattenere un ricordo più duraturo degli altri.

Poi il buio che appare fugato dalla luce del sole sulla spiaggia sgombra di nuvole e persone, sugli aquiloni colorati e leggeri. E soprattutto sul Circo PaNiKo. Sì, ancora il circo. Il circo quello bello, però, quello vero. Quello senza animali, senza fruste schioccate sulla terra battuta, quello senza tristi clown dai parrucconi riccioluti e dagli aloni bianchi e rossi sul volto, quello senza lustrini e abiti di lamé. Il circo dove si ritorna bambini, dove si ride fino alle lacrime, dove si seguono con gli occhi sgranati le evoluzioni degli acrobati, dove il tempo passa in un lampo e all’improvviso ci si chiede “ma è già finito?!”

 

E allora ritorna la voglia di fotografare, di guardare di nuovo attraverso il mirino, per trattenere ricordi e perché l’allegria rimanga un po’ più a lungo…

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Grazie, circo PaNiKo!